Dipendenza da Internet & Social Network

Il 40% della popolazione mondiale è connessa alla rete Internet. In Italia ciò corrisponde all’80% della popolazione compresa fra gli 11 ed i 74 anni. Dalla nascita del World Wide Web, nel 1991, la rete ha moltiplicato i servizi che ci mette a disposizione: non più soltanto sistemi di posta elettronica, non solo database di informazioni scientifiche, ma anche entrateinment, servizi bancari, di trading, educativi, piattaforme per la collaborazione, videoconferenze, gestione remota, radio, dating, tv, film on demand,

shopping on line, petizioni, gambling on line, annunci, gaming, …. e la lista potrebbe continuare…

Trascorriamo un tempo via via maggiore collegati alla rete, che viene utilizzata da ognuno per compiere sempre più attività connesse alla quotidianità lavorativa, sociale, economica e culturale. Se è vero che la rete ci consente una notevole velocizzazione nello svolgimento di innumerevoli attività ed estende incommensurabilmente la disponibilità di informazioni e servizi, è vero anche che la modificazione delle abitudini comportamentamentali che ne consegue comporta talvolta “effetti collaterali” indesiderati. La possibilità tecnicamente “infinita” si risolve in sé stessa rischiando di far dimenticare i fini (folgorante la battuta di C.Guzzanti “possiamo scambiarci miliardi di dati al secondo con l’altro capo del pianeta, ad esempio con un aborigeno… ma io e te, aborigeno, … che se dovemo dì ?”).

L’utilizzo intensivo della rete Internet tende infatti ad ampliare e distorcere la percenzione dei confini del sé inducendo condizioni che talvolta si configurano come vere e proprie forme di trance dissociativa. Il tempo scorre diversamente per chi è impegnato nei Massive Multiplayer On Line Role Playing Games oppure in esperienze di chat che dilatano il tempo per la semplice ragione che la stessa quantità di informazioni verrebbe scambiata molto più velocemente con una telefonata. La possibilità/necessarietà di manipolare la rappresentazione di sé attraverso l’uso di avatar o profili personali che mediano l’esposizione diretta, realizza di fatto l’eteronimia pessoiana 2.0, nella quale si incontrano soggetti che dopo aver postato una notizia la commentano e/o la rilanciano sotto altro nome. Genere, età, condizione fisica, sociale, economica, (…) possono essere simulati, così come gli stati d’animo che (standardizzati) vengono trasmessi con segni convenzionali (emoticon). Il moltiplicatore (delle forme del sé) è dunque grande, con tutti gli i vantaggi e gli svantaggi del caso. Se nella mia esperienza relazionale fuori dalla rete sperimento difficoltà (comuni, subcliniche o cliniche) ed in World of Warcraft ho invece acquisito status e competenze proprio in virtù del cospicuo investimento che vi ho fatto in temini di tempo, sarà sempre più difficile spegnere il device attraverso cui mi connetto ed andare là fuori, in un mondo “ostile” e complesso a perseguire la soddisfazione dei miei bisogni. Se attraverso la partecipazione a videochat o attraverso la fruizione di materiale pornografico posso procurami un grado di soddisfazione soddisfacente (benché surrogato) con un grado di “fatica” relazionale pari a zero, la mia eventuale fragilità / vulnerabilità specifica potrà rapidamente condurmi a preferire la rete al territorio, la virtualità alla concreta esplorazione di una socialità e di una intimità vissuta in prima persona. La distorsione spazio-temporale, la compulsività, la funzione dei neuroni specchio, la stimolazione della circuiteria neuronale deputata alla gratificazione – ricompensa, sommate alla vulnerabilità pregressa (non sempre presente), possono dar luogo a fenomeni di tolleranza, abituazione e craving paragonabili per analogia a quelli già osservati nelle dipendenze “classiche”, da alcool, tabacco o altre droghe. Senza allarmismi o crociate antistoriche (principio valido sempre e comunque) è bene quindi diffondere consapevolezza sulle modalità attraverso cui strumenti di potenziamento delle nostre possibilità lavorative, relazionali e di elaborazione possono modificare le nostre abitudini ed il nostro modo di pensare, generando talvolta dipendenza e sofferenza anziché liberazione e creatività.

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